Tre spunti per l’agenda Cina del programma di Mario Draghi

La fondazione Italia Cina ricorda al neo-presidente del consiglio la centralità dei rapporti con il paese che nei prossimi anni sarà la locomotiva della crescita globale. In virtù dei legami millenari tra i due paesi, l’Italia dovrebbe giocare un ruolo più attivo nell’Unione Europea per migliorare i suoi flussi commerciali e incentivare gli investimenti diretti Italia-Cina e viceversa.

di Mario Boselli e Marco Marazzi*

 

Ora che l’Italia ha un nuovo governo dove tutte le forze politiche si professano “europeiste” e, tutto sommato, anche “atlantiste”, è venuto il momento di riflettere sui rapporti con la Cina in maniera più pacata, obiettiva e pragmatica rispetto agli ultimi mesi.

Anzitutto, va ricordato che con la Cina l’Italia ha relazioni millenarie; senza citare i nomi più noti, scambi culturali e commerciali sono sempre avvenuti fin da epoca romana e, a parte qualche brutto episodio del periodo coloniale, in modo del tutto pacifico.

Negli anni 70 del Novecento, l’Italia è stata tra i primi in Europa a ristabilire relazioni diplomatiche dopo la rivoluzione di Mao e negli ultimi 30 anni migliaia di ragazzi e ragazze italiani hanno deciso di intraprendere lo studio di una lingua complessa ma affascinante come il cinese per comprenderne meglio la società e la cultura.

E così hanno fatto decine di migliaia di giovani cinesi imparando l’italiano e venendo a studiare nelle nostre università. All’Italia poi la Cina ha anche guardato durante gli anni ’90 per la costruzione del suo sistema di diritto civile; la collaborazione in campo giuridico tra i due paesi è più viva che mai. Già solo questo dovrebbe spingere a cercare un rapporto più profondo e costruttivo con un paese che ospita un quinto dell’umanità.

Inoltre, da circa 20 anni, si aggiunge la crescente importanza economica della Repubblica Popolare e la sua centralità negli scambi commerciali internazionali che negli ultimi anni ha fatto nascere uno dei mercati extra UE di riferimento per le aziende italiane nei campi della meccanica, della moda, della chimica, dell’alimentare, dell’automotive, sia per la vendita che per l’approvvigionamento di prodotti e componenti che poi vengono usati nell’ industria.

In questi scambi commerciali, che all’inizio hanno creato forme di concorrenza che hanno colpito duramente alcuni settori, l’Italia è il terzo paese in Europa per volumi dopo Germania e Francia.

Ai commerci si sono poi affiancati, forse troppo timidamente, gli investimenti diretti italiani in Cina, che si stimano in circa 10 miliardi, una cifra ben lontana dagli 80 e passa miliardi degli investimenti tedeschi. A questo hanno fatto fronte circa 15 miliardi di investimenti cinesi in Italia, di cui però metà su un’unica operazione, l’acquisizione di Pirelli.

Non è stata quindi quella “invasione di capitali” di cui si paventa da parte di alcuni, tenendo conto che sono stati 22 i miliardi investiti da aziende cinesi in Germania e più di 50 nel Regno Unito, ma anche delle cifre delle acquisizioni americane o francesi in Italia.

Su questi dati storici si innescano quindi tre riflessioni per il nuovo governo italiano:

1. Dalla Cina, si stima, viene il 30% della crescita globale. Pensare di isolarsi da questo motore di crescita o di vederlo solo come un rischio e non un’opportunità sarebbe scelta miope, che infatti tante aziende italiane non hanno fatto né farebbero mai. Continuare a promuovere la presenza di prodotti italiani sul mercato cinese quindi è un compito fondamentale del prossimo governo perché se è vero che la UE è responsabile per negoziare accordi commerciali con la Cina (come l’ultimo, importante, sulla protezione delle indicazioni geografiche) i singoli paesi membri si muovono poi indipendentemente ed in concorrenza nella promozione del loro “made in”.

2. In tema di investimenti diretti, l’UE ha recentemente concluso dopo lunghi anni i negoziati su un accordo sugli investimenti con la Cina (il “CAI”), che è pensato non solo per migliorare l’accesso al mercato dopo le già notevoli aperture di questi ultimi due anni, ma soprattutto per consentire un trattamento il più possibile paritario per le aziende a capitale europeo nel paese. Di nuovo, l’Europa con il CAI fissa le regole e ottiene concessioni grazie alla sua forza negoziale, ma poi sta ai paesi membri approfittarne.

L’Italia è rimasta indietro rispetto ad altre grandi economie europee, quelle che esportano più dell’Italia verso la Cina. Capire il legame tra investimento diretto ed export è importante per le aziende; purtroppo la dimensione contenuta di molte non consente di costituire filiali produttive o commerciali o di servizi (si pensi a quelli finanziari) o fare acquisizioni in Cina. Ma queste restano però ad oggi, specie in epoca di difficoltà nei viaggi, il modo migliore per acquisire quote di mercato locale: non ci sono alternative.

3. Il crollo verticale registratosi nel 2020 degli investimenti cinesi in Italia è probabilmente temporaneo e dovuto alle difficoltà di spostamento. Mentre è ovvio preferire investimenti greenfield (dove però anche altri investitori latitano), esistono settori dell’economia italiana in cui l’investimento con quote anche di controllo da parte di aziende cinesi non mette a rischio alcuno la “sicurezza nazionale”, se si definisce la sicurezza nazionale in modo appropriato e utile al Paese.

In alcuni casi questo investimento può offrire all’azienda controllata un’opportunità di crescita su altri mercati che beneficia tutti.  Su questo l’accordo con la UE non offre molto: l’attrattività come luogo di investimenti esteri, non solo cinesi, resta totalmente sotto il controllo di un paese. Un lavoro importante per la nuova squadra di governo, da fare a prescindere dall’origine dell’investitore. (riproduzione riservata)

* rispettivamente presidente e membro del board della Fondazione Italia-Cina