Guerra commerciale: cui prodest?

“Chi siete? Quanti siete? Cosa portate? Un fiorino”. Chi non ricorda la famosa scena di “Non ci resta che piangere”?  Gli effetti di quel fiorino però, nel “1400 quasi 1500” li sentivano soprattutto i due malcapitati. Ma nel mondo di oggi non è così.

È venuto quindi il momento di valutare gli effetti della guerra commerciale avviata dall’amministrazione Trump circa un anno e mezzo fa, soprattutto (anche se non solo) nei confronti della Cina.  Chi è stato poco attento infatti ha vissuto fino a poco tempo fa un’illusione: che cioè rallentare o ostacolare di fatto  una porzione del commercio globale così rilevante come quella tra USA e Cina non abbia effetti anche al di là dei due giganti.

Ma andiamo per ordine e vediamo anzitutto che effetti ha avuto in America rispetto alle promesse di Trump.

C’è stato “reshoring”? Cioè “i posti di lavoro rubati agli americani” sono tornati dalla Cina a casa come aveva promesso il nuovo presidente? Non proprio: secondo studi recenti gran parte dei posti di lavoro sono andati in Messico, non proprio quello che Trump si aspettava viste le frizioni anche con questo paese parte del NAFTA. In realtà un processo di reshoring dalla Cina stava già avvenendo più o meno dal 2013, in piena “distensione” commerciale, a seguito di vari fenomeni: l’aumento del costo del lavoro cinese e la necessità per alcuni prodotti di essere più vicini ai consumatori americani abituati a consegne sempre più rapide grazie all’e-commerce e a prodotti customizzati. Per lo stesso motivo però, le aziende americane che producono per il mercato cinese restano in Cina, o ci vanno se ancora non ci sono. Lo stesso vale per altri paesi: la Cina infatti continua a vedere un aumento degli investimenti dall’estero anche nel 2019 (+7.3% nei primi sette mesi rispetto a stesso periodo 2018). Che dipende è vero anche dalla liberalizzazione di alcuni settori, ma soprattutto dalle dimensioni del mercato composto di consumatori sempre più esigenti ed abituati come quelli americani al “just in time”.   

Contemporaneamente il Vietnam, paese vicino alla Cina, più piccolo ma molto simile ad essa dal punto di vista politico, ha visto aumenti vertiginosi di investimenti non solo da parte di aziende cinesi (circa il 30% del totale) ma anche americane ed europee: 22 miliardi solo nei primi 7 mesi di quest’anno.  Quindi, il reshoring ha provocato meno occupazione in Cina (vedremo poi se sarà controbilanciata dai nuovi investimenti esteri, anche perchè sono settori diversi), più occupazione in Vietnam e Messico e altri paesi dove si sono spostate le fabbriche che producevano per il mercato americano, come Indonesia e Malesia. Ma non sembra che abbia riportato al lavoro tutti quegli “American workers” che l’avevano perso. Chissà: forse perchè fare alcuni prodotti in America non è più conveniente dal punto di vista economico, non solo per i maggiori costi che non si possono riversare su consumatori abituati a pagare poco, ma anche perchè magari non esiste più l’indotto necessario a supportarne la produzione.

La Cina ha fatto concessioni su altre materie? Ha abbassato i dazi su una lunga serie di merci prima nel 2017 poi nel 2018, ma ne ha messi altrettanti su molti prodotti americani come reazione a quelli USA.  Sembra quindi che alla fine di queste ulteriori aperture abbiano beneficiato soprattutto altri paesi, anche noi europei. Insomma, più Airbus meno Boeing, più vino italiano o francese meno californiano, ma anche meno soia americana più soia brasiliana (con le conseguenze sull’Amazzonia… ma guarda un pò dove si va a finire quando si tocca un tasto). Infine, la svaluazione del RMB ha consentito un parziale recupero di competitività, anche se non significativo.

La Cina ha, è vero, aperto alcuni settori all’investimento estero. Ma anche questo era un processo già in atto a seguito di forti pressioni da parte della UE e del Giappone non solo USA.  Nel settore finanziario poi, le restrizioni precedenti erano ormai anacronistiche rispetto al ruolo internazionale che il paese vuole assumere. Contemporaneamente, gli USA hanno di fatto creato una barriera agli investimenti cinesi in settori che non immediatamente possono sembrare strategici, portando quindi ad un crollo degli stessi. Se questo era uno degli obiettivi dell’amministrazione Trump, cioè impedire l’acquisizione di alcune aziende americane da parte di aziende cinesi, di fatto è stato raggiunto. Ma i dazi non servivano: bastava dare più armi al CFIUS, come è stato fatto.    

La Cina ha eliminato i sussidi statali ad alcuni settori industriali? No.Ha avviato la privatizzazione delle più grandi aziende statali? No.Semplicemente perchè questo significherebbe cambiare un modello di sviluppo e di governo dell’economia da capo a piedi, con – nel medio termine – fallimenti a catena e massicci licenziamenti, il che avrebbe implicazioni anche per la tenuta del Partito. E forse nemmeno nei sogni più selvaggi di Trump o dell’apparato militare americano si immagina di provocare da fuori un crollo improvviso dell’unica struttura politica che tiene insieme oggi una potenza economica e nucleare, visto che non esistono alternative.

Il Dragone si è impegnato a proteggere di più la proprietà intellettuale di aziende straniere? Certo, ma come sa chiunque ha lavorato nel paese, le leggi sulla carta sono solide e garantiscono la tutela. Il problema a volte è l’influenza dei governi locali sulle decisioni dei tribunali.  Il governo centrale può fare molto e su questo bisogna insistere.

C’è stato un rallentamento dell’economia cinese? Sì, è vero, anche se il processo era già stato avviato con la decisione di spostare il motore della crescita dagli investimenti ai consumi.  Il rallentamento però in alcuni settori è stato importante  e questo, per un’economia integrata con il resto del mondo ha avuto effetti a catena: la Cina ha esportato di meno ma anche importato di meno, nonostante la riduzione dei dazi soprammenzionata.  Meno macchinari e meno auto tedesche (per la Germania la Cina è stato per due anni il primo partner commerciale superando gli USA) significa anche meno componentistica italiana o spagnola.Meno crescita può anche portare ad un atteggiamento più prudente dei consumatori e quindi magari si compra vino australiano invece di quelle costose casse di Chianti Classico.  Si dirà: beh lo venderemo altrove.  Staremo a vedere, anche perchè ogni mercato ha caratteristiche e necessità diverse.

Una cosa però è sicura: chi sembra perderci soprattutto in questa guerra commerciale sono, paradossalmente, le piccole medie imprese, sia quelle cinesi che quelle americane e forse presto anche quelle europee se si palesano gli effetti descritti nel paragrafo sopra.  Per vari motivi:

– Perchè non hanno le dimensioni necessarie per superare i dazi spostando produzioni altrove, un processo non indolore e comunque costoso che solo aziende con le spalle grandi possono assorbire col tempo.

– Perchè magari sono solo una piccola parte di catene di produzione globali che adesso li tagliano fuori, o si reggevano in piedi perchè riuscivano a comprare componenti cinesi a basso costo.

– Perchè spesso sono subfornitori di altre aziende che magari per recuperare competitività tagliano proprio i loro prezzi.

– O infine perchè, per le aziende italiane soprattutto, non riescono nemmeno a beneficiare tanto quanto le grandi del vantaggio competitivo acquisito rispetto ai concorrenti americani sul mercato cinese, data la difficoltà di accedervi senza consolidate reti di distribuzione.

Forse non era questo l’intendimento dell’amministrazione Trump.