Cosa succede a Hong Kong?

Sebbene la nostra attenzione sia concentrata sui problemi domestici, è importante provare a capire cosa accade a 9000 km di distanza, specie quando riguarda un paese che è a un passo dal diventare la più grande economia della Terra, ed è responsabile per il 20% del commercio mondiale. Si sta parlando della Cina e quindi nella fattispecie di quello che accade ad Hong Kong. Per farlo, tentiamo di rispondere ad alcune domande: cosa sta accadendo veramente a Hong Kong? Cosa può succedere ancora? Che impatto avrà sul resto della Cina?

Sul primo punto, report giornalistici e discussioni con persone ben informate sembrano indicare che il fronte della protesta non abbia rivendicazioni univoche. I giovani, dai quali è cominciata, presentano un mix di rivendicazioni che vanno dalle dimissioni del “Chief Executive” Carrie Lam, a questioni economiche che sono comunque sottostanti e pesano parecchio: Hong Kong semplicemente non offre più le stesse opportunità di prima alle nuove generazioni. Gli stipendi non sono adeguati al costo della vita e acquistare una casa per una giovane coppia è impossibile. Hong Kong è tra le prime tre città al mondo per disparità tra costo degli immobili residenziali e reddito medio. In questo senso, il richiamo pochi giorni fa dei ricchissimi capi dei più grandi gruppi immobiliari di Hong Kong ai dimostranti di “mantenere la calma” suona a dir poco offensivo.

Accanto a queste motivazioni ci sono quelle più ampie che riguardano la pluralità dell’informazione e la qualità dei diritti civili, che la città è riuscita a mantenere con fatica all’interno della formula “one country two systems” concordata al momento del ritorno dell’ex colonia inglese sotto il controllo di Pechino. E poi c’è un senso generale e crescente di frustrazione, che la città si trascina dietro fin dall’accordo tra Deng e la Thatcher per il ritorno alla Cina: il senso cioè che il destino della città e della sua popolazione venga deciso sempre da altri. Da Londra e Pechino nel 1984 e nel 1997. Ora, da Pechino soltanto. Tutte le elezioni del Chief Executive dal 1997 in poi, formalmente scelto da un collegio di grandi elettori ma che di fatto deve essere gradito a Pechino, non sono mai andate lisce e il gradimento del titolare di questa posizione è sempre stato molto basso. Mai però si era arrivati al basso livello raggiunto ora con Carrie Lam.

Secondo punto, che cosa potrà accadere ancora? Questo dipende dalle rivendicazioni sulle quali i manifestanti si concentreranno. Ci sono frange tra di loro che chiedono l’impossibile: il ritorno all’indipendenza da Pechino, una sorta di status simil-Taiwan dove in teoria si è parte della “madrepatria” ma in realtà si è totalmente indipendenti. Chiariamo: l’autonomia su una lunghissima serie di materie per Hong Kong è già garantita per 50 anni dal 1997, e quindi fino al 2047. A fronte però di una progressiva “erosione” di questa autonomia, se la richiesta dei manifestanti fosse quella di trasformare questo status speciale in assoluta indipendenza, l’intervento delle truppe da parte del governo centrale potrebbe essere inevitabile, specie se a Pechino prevalessero i “falchi”. A quel punto, la risposta dell’Occidente potrebbe non essere così agevole come durante gli eventi del 4 giugno 1989. Inoltre, non è assolutamente certo che i “falchi” avrebbero la collaborazione delle forze di polizia di Hong Kong, che sono comunque numerose, seguono regole diverse dalla polizia cinese e che finora sono state principalmente responsabili per il contenimento (e anche la repressione, specie all’aeroporto) delle proteste.

Se invece, come sembra, questa non sarà la rivendicazione principale e univoca del movimento, è possibile che Pechino non faccia nulla e aspetti che tutto “si sgonfi”. Kerry Brown, uno dei più grandi sinologi e conoscitori del potere cinese per esempio è di questa opinione. Hong Kong – purtroppo per i suoi abitanti, e questo è anche uno dei motivi della frustrazione – non è così importante come 20 anni fa per la Cina. 20 anni fa, il PIL di Hong Kong era il 20% di quello cinese, oggi solo il 3%. La Cina quindi può tollerare anche un prolungato periodo di instabilità nella città, anzi probabilmente di questa instabilità beneficerebbero Shanghai e Shenzhen, città rivali di Hong Kong sia sul commercio che sulla finanza.

La mia opinione invece è che senza alcune concessioni significative è improbabile che questi movimenti di protesta che ormai toccano tutte le classi, inclusi i piccoli imprenditori di Hong Kong notoriamente molto più attenti al “business”, si esauriranno da soli. Le dimissioni di Carrie Lam, ormai screditata del tutto, il ritiro definitivo delle norme sull’estradizione per reati commessi in Cina e l’impostazione di un nuovo modello economico che renda meno precaria la situazione delle nuove generazioni sarebbero un buon inizio.

Infine, la domanda più importante: che impatto avrà sul resto della Cina. La risposta sta nel fatto che finora non ci sono state manifestazioni di supporto in nessun’altra città cinese. Spiegare questo con il controllo dell’informazione da parte di Pechino a mio avviso è insufficiente: grazie ai social, ai frequenti viaggi fuori dal paese ed alla facilità con cui si riescono a bypassare i filtri, i cinesi (almeno quelli delle grandi città) sono ben informati su quello che accade. Certo, le fake news, cavalcate da alcuni organi di stampa ufficiali, secondo cui ci sarebbe addirittura la CIA dietro le proteste non aiutano. Ma i problemi per cui si battevano all’inizio delle proteste i giovani di Hong Kong sono gli stessi problemi dei giovani di Shanghai e Pechino e quindi dovrebbero suscitare empatia.

C’è invece un altro fattore in campo e solo chi ha vissuto a lungo da quelle parti è in grado di coglierlo: nonostante sia parte della “madrepatria”, Hong Kong viene ancora vista come qualcosa di parzialmente “alieno”, un unicum a sé, con una storia diversa (e anche privilegiata perché ha raggiunto il benessere 30 anni prima) da quella del resto della “madrepatria”. Lo stesso senso di essere “altro” vive anche negli abitanti di Hong Kong che soffrono da tempo quella che percepiscono essere come una vera “invasione” di cinesi della Cina continentale, vuoi per turismo, per visite mediche per affari o altro, che snatura la città e le sue caratteristiche. È altamente improbabile quindi per tutti i motivi di cui sopra che quello che sta accadendo a Hong Kong abbia un impatto significativo sul resto dell’enorme paese. E queste purtroppo sono “bad news” per i manifestanti.