Cina-Italia: 2-0 per ora, ma possiamo ancora pareggiare

Se gli ultimi 3 anni di politica estera italiana verso la Cina sono una lunga partita a calcio, possiamo dire che la Cina è in vantaggio di 2 gol almeno, ed uno sfiorato. Mentre noi abbiamo superato la metà campo a malapena due o tre volte. Vediamo perché.

Primo fotogramma: Paolo Gentiloni, unico leader di un paese del G7, si presenta a Pechino durante il Belt and Road Summit del maggio 2017, il momento di gloria di Xi Jinping in cui il presidente chiama a raccolta il mondo per raccontargli il progetto Belt and Road Initiative (da noi conosciuto con traduzione improbabile come “le nuove vie della seta”).  Subito premiato da Xi con la prima fila al concerto di gala, insieme a rispettive mogli. Foto significativa con un messaggio forte: Italia in pole position; ma si capiva allora che cosa significasse?

Secondo fotogramma: Di Maio, da neo ministro dello sviluppo economico partecipa alla prima International Import Expo di Shanghai nel novembre 2018 annunciando che l’Italia firmerà un Memorandum con la Cina (siglato allora già da una ottantina di paesi) per collaborare sulla Belt and Road.  Disappunto degli USA, sorpresa di Brussels che stava cercando di trovare unaposizione univoca sulla Belt and Road.

Terzo fotogramma: marzo 2019 visita di Xi Jinping in pompa magna in Italia con una cinquantina di aziende.  Firma del famoso Memorandum, architettato da Michele Geraci, sottosegretario al MISE in quota Lega.  Di nuovo ira USA e irritazione di Francia e Germania. Cosa ottiene in cambio l’Italia? Promesse non concrete di investimenti nel nostro paese, ma impegno a collaborare su alcuni paesi africani e del Caucaso; non molto, diciamocelo. Conta però molto più quanto non scritto, cioè un implicito benestare per esempio ai piani di espansione di aziende cinesi in Italia nel settore 5G.  Con il Memorandum, la Cina segna il primo gol.

Quarto fotogramma: proteste ad Hong Kong, autunno 2019. Di Maio, stavolta Ministro degli Esteri, dice che noi non ci immischiamo negli affari interni di altri paesi.  Peccato che sia Francia che Germania avevano invece rilasciato dichiarazioni di tono diverso, senza peraltro che le relazioni commerciali sembrano averne sofferto.  L’Italia però non decide di prendere del tutto le parti di Pechino sul tema e lascia libertà ai parlamentari di schierarsi. Tiro in porta pericoloso, ma parato.

Quinto fotogramma: crisi del Coronavirus. Italia primo e unico paese europeo a chiudere immediatamente i voli diretti. Disappunto cinese, mondo social in rivolta contro quelli che “pensavamo fossero amici”.  Alla fine addirittura inviamo un aereo militare a Wuhan in stile Behind Enemy Lines per prelevare un giovane italiano che non correva alcun rischio immediato. Nel mentre: atti isolati di razzismo verso persone con occhi a mandorla in Italia, ristoranti e negozi cinesi vuoti.  Rabbia social in Cina sale contro l’Italia. Tutta questa amicizia alla fine dov’era? Ma come non era l’anno del turismo Italia-Cina? 3 milioni di arrivi previsti? Ma noi, inflessibili: serve per proteggerci scusate.

Beffa finale: il blocco dei voli diretti e la diserzione di ristoranti cinesi non evita il diffondersi del virus in Italia, che anzi adessopare fosse già nel paese prima della decisione del blocco, solo che non lo sapevamo.  Non un cinese ammalato finora, quasi tutti hanno seguito quarantena volontaria al rientro da aree a rischio, mentre quelli che non si erano mossi, beh non si erano mossi. Caos comunicativo del governo, i cinesi d’Italia a Milano chiudono i negozi per precauzione ed evitare contagi, gli italiani li lasciano aperti.  Nel frattempo Fontana fa credere al mondo che la Lombardia in pratica è lo Hubei o almeno lo Zhejiang.  Zaia chiude in bellezza chiamando i cinesi mangia topi, costretto a scusarsi formalmente subito dopo.  Gol spettacolare di Xi Jinping a porta aperta, ammesso che se ne sia accorto; forse ha segnato un viceministro.

Come rimediare a questa serie di errori che ci costano reputazione, turismo e scambi culturali avviati 800 anni fa guarda un po’ proprio da un veneziano e che – in un momento non facile per la nostra economia – danneggeranno le nostre aziende, le nostre esportazioni, tutti gli italiani che vivono e lavorano in Cina? Non è semplice, ma è possibile ancora una rimonta. A mio avviso però, conoscendo bene sia gli italiani che i cinesi bisogna seguire 5 principi cardine.

1. Nelle relazioni commerciali, passare attraverso la UE il più possibile, se si vuole qualcosa di concreto, per “pesare” di più. Il surplus cinese probabilmente è strutturale ed inevitabile, ma va assolutamente evitato che i nostri prodotti vengano bloccati da misure non tariffarie, come requisiti tecnici, fitosanitari etc. Eserve reciprocità negli investimenti: tu puoi fare da me quello che io posso fare da te. Essere molto fermi su questo. Parallelamente, incoraggiare le aziende a consorziarsi per operare nel paese altrimenti saremo sempre dietro ai francesi e tedeschi che hanno potenza di fuoco maggiore (arance siciliane contro Airbus è una semplificazione ingiusta perché noi vendiamo anche molta meccanica e moda, ma le dimensioni aziendali contano).

2. Belt and Road Initiative: Memorandum è ormai firmato, cosa fatta, ma probabilmente la BRI verrà ridimensionata perché la Cina dovrà spendere di più a casa propria. Poco male: dopo aver seguito il progetto per 3 anni sono convinto che beneficerà solo in piccolissima misura le aziende italiane, quindi non aspettiamoci grandi cose. Il discorso è complesso, ma facciamo un esempio per capire: perché in un progetto di costruzione di una ferrovia in, che so, Sri Lanka, finanziato interamente con soldi cinesi che quindi deve beneficiare in primis aziende cinesi il capofila della commessa dovrebbe lasciare la parte restante dei lavori ad aziende italiane, o francesi? Non verrebbero prima quelle locali e poi tutto il resto del mondo?

3. Hong Kong:la situazione è complessa e non risolta affatto, le possibilità che l’Italia possa influenzare in un senso o nell’altro sono vicine allo zero. Ma quindi perché non limitarsi ad osservare che l’Italia non supporta alcuna spinta secessionista, ma allo stesso tempo si augura che ai cittadini del territorio vengano riconosciute – anche oltre il 2047 – le stesse libertà di parola di stampa di associazione di cui hanno beneficiato fino a poco tempo fa? E che si cercherà di rimediare alle disuguaglianze economiche che sono state anche in parte dietro la protesta? Perché è così difficile?

4. 5G: su questo, l’Italia invece ha già fatto un passo avanti rafforzando la sua squadra con l’acquisto di un paio di ottimi difensori. Si chiama Decreto Cybersicurezza, si applica a tutti, non è indirizzato ad alcuna azienda in particolare perché la sicurezza delle nostre reti potrebbe essere compromessa anche da un operatore non cinese. Se Huawei e ZTE si sono sentite “attenzionate” del Decreto, pazienza.  Allo stesso tempo l’Italia deve spingere per una posizione europea sul tema che vada oltre il vestito di Arlecchino attuale, e che prenda le pressioni americane con le molle separando le osservazioni tecnicamente corrette da quelle infondate e politicamente motivate.

5. Per quanto riguarda poi la questione Coronavirus, è triste osservare come le offese, le gaffes, le reazioni emotive ed esagerate ci abbiano impedito invece di fare credibilmente l’unica osservazione seria alla Cina: che se non garantisce assoluta trasparenza su quello che succede nel paese in ogni zona e in ogni tempo, soprattutto se può avere un impatto sul resto del mondo, non potrà mai essere un protagonista veramente rispettatodell’ordine globale, ma solo temuto (che non è la stessa cosa). Eppure era questa la cosa più importante da dire ad un paese “amico”, ma era troppo difficile tenere la politica interna fuori dalla questione. Una volta superate le nostre difficoltà, ci vorranno diplomatici esperti e buoni conoscitori del Paese per rimediare al danno, sempre che qualche governatore di regione o ministro non rompa le uova nel paniere.